
Non mi sarei mai aspettato di poter intervistare Nick Mason così. La notizia mi è arrivata inaspettata, una sera, leggendo la posta. L'appuntamento era fissato, mancavano i dettagli. Nick quel giorno aveva deciso di anticipare la partenza, quindi anche il nostro incontro sarebbe stato anticipato, magari in taxi verso l'aeroporto o, magari, in una saletta di Linate. Meglio ancora: a pranzo! Così è stato, e ricordo l'emozione, la tensione che mi aggrovigliava lo stomaco tanto da farmi pensare: "E chi ce la fa a mangiare qualcosa?". Con Franco eravamo oltre la soglia del locale, parlando del più e del meno, ma con gli occhi sempre a fissare quella porta che prima o poi si sarebbe aperta. Ed ecco lui, insieme a Federica che l'accompagnava. Un signore distinto, vestito molto semplicemente e con l'aria un po' disincatata. Ho cercato in quei momenti di non far tremare la voce ripetendomi che in quell'istante non dovevo essere il fan ma il giornalista. Dovevo sapere, dovevo "toccarlo" quel Nick che era uscito finalmente dal poster che per anni avevo tenuto appeso in camera. Le domande che seguirono non hanno molto importanza, così come le risposte. Non ricordo che cosa ho mangiato. So solo che ad un certo momento Nick mi ha versato del vino e io a lui l'acqua minerale. Io seduto a tavola con il mito. Ripetevo a Franco che non potevo credere a quello che stavo vivendo, che non riuscivo a comprendere come avessi potuto avvicinare così tanto un uomo visto, prima di allora, soltanto da 100 metri di distanza durante i concerti di tanti anni fa. E riguardo ora le foto di quel giorno, anche quella "rubata" a Nick mentre fa una smorfia 'digerente', o quella - ben più preziosa - del timido giornalista che tiene il microfono davanti al suo viso.
